Fallire e rivivere
Lunedì 20 giugno
dalla Chiusura alla Relazione
Giovanni Grandi (Università di Padova)
Carla Canullo (Università di Macerata)
«Per svegliarsi alla vita cosciente ognuno ha bisogno dell’“altro” [...]. Questa verità psicologica è il simbolo di una verità più profonda: è necessario essere guardati, per essere rischiarati, e gli occhi “che portano la luce” non sono solo quelli della divinità. D’altra parte, essere persona, non è forse sempre essere incaricati di un ufficio, secondo il vecchio significato originario, ma reso interiore? E non è questo, essenzialmente, entrare in relazione con altri, per concorrere a un Tutto?».
H. De Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma
Ogni fallimento porta con sé il gusto amaro della propria insufficienza: non ce l’abbiamo fatta, pensavamo di “essere in grado”, ma così non è stato. Incontrare i propri limiti, scoprire che il proprio slancio può infrangersi significa dare un volto concreto alla fragilità. Chi misura il proprio limite talvolta ha l’impressione che la vita finisca: dichiararsi sconfitti significa forse dichiararsi morti? Molti sono testimoni del contrario: proprio quando alziamo bandiera bianca e accettiamo che sia qualcun altro a risollevarci, la vita finalmente riparte. Riparte in compagnia, riparte grazie alla relazione. Quasi a dire che vivere non è farcela da soli: vivere davvero è solamente aiutare e essere aiutati...
Martedì 21 giugno
dalla Ripetizione al Cambiamento
Andrea Toniolo (Preside Fac. Teol. Triveneto)
Loris Corò (consulente filosofico)
«Il terreno roccioso non può divenire terra buona, né la via può cambiare, e gli spini restano sempre tali. Ma non è così nell’ordine spirituale. Le pietre possono mutarsi e diventare terra fertile, la via più battuta può non essere più calpestata e aperta a tutti i passanti, ma divenire campo produttivo, e anche le spine possono sparire per lasciar crescere e fruttificare in tutta libertà il grano germinato».
Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo
La vita contemporanea, si dice spesso, è piena di continui cambiamenti. Il mondo in cui viviamo ci appare ogni giorno diverso: specialmente il progresso tecnologico ci propone continue novità. Anche nella vita personale, specialmente nella stagione della maturità, spesso si avverte il desiderio di cambiare. Eppure l’esperienza più tipica è quella della ripetizione: i nostri difetti ci perseguitano, ricadiamo nei nostri errori, al punto che finiamo per non concedere né a noi stessi né – di riflesso – agli altri, la possibilità di un autentico rinnovamento. Cambiare, allora, è davvero impossibile? Come interpretare d’altra parte questo desiderio? E se invece cambiare fosse proprio la sfida della vita adulta?
Mercoledì 22 giugno
dalla Delusione alla Speranza
Silvia Landra (Psichiatra - Milano)
Pierluigi Di Piazza (Centro di accoglienza E. Balducci)
«Come non scorgere un legame strettissimo fra anima e speranza? Sono propenso a credere che la speranza sta all’anima come la respirazione all’organismo vivente; quando manca la speranza, l’anima inaridisce e si esautora, diviene solo funzione, può diventare oggetto di studio per una psicologia che riuscirà soltanto a stabilirne la sede o a denunciarne la mancanza. Ma è proprio l’anima il vero viandante; e parlando dell’anima, e d’essa soltanto, si può dire in tutta verità che esistere significa essere in cammino».
G. Marcel, Homo viator
Incontrando vite problematiche, segnate dalle fragilità più disarmanti e indecifrabili, accade di pensare di essere in presenza di “casi disperati”. Talvolta anche chi avvicina queste realtà con forte determinazione si ritrova a fare i conti con la delusione: a cosa è servito esserci, lavorare, insistere? Eppure molte esperienze raccontano di passi insperati, di risvolti sorprendenti, narrano di un’umanità capace di rimettersi in cammino al di là di ogni attesa. Narrano di donne e uomini che, dal buio delle loro fatiche, insegnano a non essere troppo geometrici nel tracciare i confini tra patologia e normalità, così come tra l’insperato e il possibile.
Giovedì 23 giugno
dall’Isolamento alla Condivisione
Leopoldo Sandonà (Marcianum – Venezia)
Francesco Felletti Spadazzi (Sovrano Militare Ordine di Malta)
«Posso mettermi a cercare la compagnia di altri – di persone, di libri, di musica – e qualora non la trovi posso essere travolto da un senso di noia e di isolamento. Affinché ciò si verifichi, tuttavia, non è necessario che io sia da solo: posso annoiarmi e sentirmi isolato anche nel bel mezzo di una folla. Ma in quel caso non si tratterà di solitudine, non sarò cioè in compagnia di me stesso o di un amico, nel senso di un altro io. La solitudine è meno pensante da sopportare dall’isolamento in mezzo a una folla».
H. Arendt, Alcune questioni di filosofia morale
Se “solitudine” può significare capacità di raccoglimento e di dialogo interiore, “isolamento” può viceversa esprimere la difficoltà di uscire da se stessi, di gettare un ponte verso l’esterno, di far intendere il proprio grido, la propria sofferenza, la propria speranza. Quando le fragilità dei singoli e dei popoli approdano sulla scena pubblica può accadere di offrire risposte senza aver udito le attese, senza essersi preoccupati di rompere gli isolamenti. Se però farsi carico dei problemi altrui non è provare a risolverli secondo il proprio metro, cosa vuol dire sapersi mettere in ascolto delle domande più profonde? Come superare l’isolamento tra persone o tra culture? Cosa significa percorrere le strade della condivisione?
Venerdì 24 giugno
dalla Sfiducia allo Slancio
Andrea Porcarelli (Università di Padova)
Luca Grion (Università di Udine)
«Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l’odio per i libri. Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. Ma agli esami una professoressa gli disse: “perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?”. Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. […] La lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: “Non si dice lalla, si dice aradio”. Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola. “Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua”; l'ha detto la Costituzione, pensando a lui».
Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa
Ogni impegno educativo e formativo conosce i momenti della progettazione, della realizzazione e della verifica. In ogni percorso il tempo delle verifiche è il tempo in cui emergono i successi così come gli insuccessi: da entrambi si riparte. Eppure, anche se la più antica saggezza ha sempre insegnato che si impara più facilmente dall’evidenza degli errori, non di rado accade di vivere uno sbaglio come un giudizio definitivo di condanna e un fallimento come un evento senza ritorno. Se tener conto della fragilità significa includere gli insuccessi tra i passi inevitabili e costruttivi di ogni progetto di vita, cosa significa ripartire? Come leggere il senso delle proprie e altrui cadute? Come ritrovare lo slancio e la fiducia nel domani?
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